La storia di Mariantonia Samà

mercoledì 10 agosto 2016

19. Guarigione della giovinetta di S. Andrea (1904)




GMGB -  Guarigione della giovinetta di S. Andrea:  Saggio del racconto  della guarigione d’un’ossessa attribuita al nostro padre san Bruno.

(La Guarigione della giovinetta di S. Andrea[1] è un saggio scritto da un monaco-cronista di Serra San Bruno nei mesi di luglio-agosto 1904. Si trova presso l'Archivio della Certosa di Serra San Bruno, nel fascicolo n. XXVI).

Verso l’anno 1894, mese di giugno, essendo Rettore il Padre Don Pio Assandro[2], fu portata alla Certosa una giovinetta Maria Antonia Samà, fu Bruno e di Marianna Vivino, nata a S. Andrea sullo Jonio, di rimpetto e vicino al mare quasi di mezz’ora, sulla ferrovia, provincia di Catanzaro, diocesi di Squillace (Calabria) di popolazione all’incirca di 5000 abitanti, forse un po’ meno[3], tutti contadini non molto agiati. Maria Antonia aveva allora circa di 15 anni[4] di età ed era ammalata di 5 anni[5]. Costì fu benedetta ed esorcistata.
Ella racconta[6] che il P. Priore cogli altri Padri e con molta gente di Serra faceva preghiera innanzi a S. Bruno, la cui statua fu condotta presso la porteria, perché l’inferma giaceva nella cassa innanzi alla porteria.
Dopo alcune preghiere, l’inferma da sé si alzò dalla cassa e colle braccia spalancate si abbracciò alla statua di S. Bruno e si sentì meglio.
L’inferma assicura che, presente il P. Priore, vide apparire S. Bruno nella sua forma naturale ma (non)[7] in argento, aveva il volto allegro, e che immediatamente fu guarita. Ella gridò dicendo: San Bruno mi ha fatta la grazia e poi a tutti che la visitavano assicurava di avere veduto San Bruno e ricevuta la guarigione e così restò per circa due anni[8].
Dopo 15 giorni il P. Priore venne qui a Sant’Andrea a visitare l’inferma che trovò quasi sana: aveva portato un gran libro, di cui poi non se ne servì affatto ed era accompagnato dal sign. Barone di Giovanni da Jonio e da un garzone della Certosa. Alla Certosa fu accompagnata dalla madre Marianna Vivino e da quattro uomini che portavano la cassa e si chiamano: Antonio Mannello, Vincenzo e Giuseppe Lombardo, Antonio Frustaci. E vi era molta gente di Serra, uomini e donne. La cassa con tutti gli abiti fu bruciata alla Certosa lì per lì.
Le informazioni sulle date mi vennero date dal P. Superiore del Collegio dei Padri Redentoristi di sant’Andrea, a cui mi ero indirizzato e le ricevei dapprima il 12 di Luglio del presente anno 1904[9]. Ma come alcuni riscontri erano importantissimi di bel nuovo mi rivolsi all’istesso Padre[10], il quale ebbe la cortesia di  portarmi la risposta  nel giorno della solennità di Sant’Anna, accompagnatosi da due padri del suo Convento, il Padre Antonio di Corte del SS.mo Redentore e il Padre Salvatore di Corte del SS. Redentore.
Riguardo allo stesso miracolo ecco la narrazione del nostro barbiere De Francesco Giuseppe di Serra. Essendo sulle mosse di ritornare al paese, fattosi la barba a tutti, il P. Priore mi dice: Prendete il Santo Padre e portatelo alla porteria e quando ve lo dirò lo recherete presso l’inferma. Intanto il Padre Priore con la stola e un libro si fece innanzi all’ossessa e dopo qualche preghiera accennò a Giuseppe di portare il Santo Padre. Ma nell’aspettare il momento, proprio Giuseppe l’aveva messo  sopra un banco di pietra presso l’abbeveratoio (che oggi anche serve ai buoi) che era vicino alla cisterna ancora esistente fra la cappella delle donne e la torre del conte Ruggero (oggi ha 49 anni di età). Al segno del P. Priore Giuseppe afferra il Santo Padre. Ad ogni costo non poté né portarlo via né muoverlo. L’anzidetto busto, che pesa soltanto alcune libre, era sul momento un peso di forse ottanta Kili. Invano fa facendo sforzi per levarlo, e non potendolo, egli chiama a sé il Padre Priore, e tutti e due subito lo levarono, ma non senza fatica e lo portarono sopra un buffettino messo apposta davanti all’inferma sempre nella cassa. Era presente soltanto Fra Pietro, il portinaio (che è anche oggi) e Giuseppe. Se Maria Antonia ha detto nella sua narrazione al Rev. Padre Superiore (dei Redentoristi)  Don Carmine Cesarano che i padri della Certosa con molta gente erano presenti, questa non è una difficoltà. Lo spiegherò alla fine. Dunque Giuseppe che io sono andato a trovare nella calzoleria della casa, vicino alla cella nostra, (perché egli è anche calzolaio) un po’ prima delle nove, giovedì 28 luglio[11], mi diede una ripetizione della scena e accomodandosi subito sul pavimento, come se fosse nel letto, una sedia quale guanciale, le braccia stese lungo il corpo e le mani appresso a poco giunte. Ecco il santo Padre è presente: poco dopo l’inferma fece delle scosse colle mani e colle braccia e poi con tutto il corpo[12], ma poco tempo, e subito dopo s’alzò da se stessa e abbracciando il busto, inginocchioni, si sentì meglio[13]. Tutti i presenti commossi pregarono con essa, lodando Dio, pregando il santo Padre  per la grazia fatta alla giovinetta. Si può supporre che sull’istante vennero quivi gli altri padri, che erano Dom. Benedetto D’Errico, attuale custode di Firenze Napoli, Dom. Giovanni Antonio Cortì, procuratore, e un altro Padre, di cui non si ricorda il nome. Ma al mio parere credo che erano presenti soltanto il P. Priore e fra Pietro, e che l’inferma non sapendo nulla della Comunità ha potuto credere  e dire col vedere  due monaci: “i padri erano presenti”.
Riguardo alla gente di Serra che l’inferma ha detto essere presente, nessuno di Serra era stato fatto consapevole della venuta di quelle persone e, com’era proprio l’ora del pranzo, ciascuno lo prendeva in casa sua. Di modo che, fatto il miracolo, Giuseppe se ne andò piangente a casa sua e strada facendo diceva: il santo Padre ha fatto un miracolo; il santo Padre ha dato la grazia a un’ossessa; e subito la gente accorse affollata alla Certosa e vide anche la scena, e tutti inginocchioni pregavano accanto al santo Padre e alla giovinetta. Ecco come possono conciliarsi tutti e due i racconti. La cassa con tutti gli abiti furono bruciati quivi; e Giuseppe che vide gli avanzi del fuoco, assicura che il luogo era proprio contro il muro, vicino dov’è la cappella delle donne.
Appena la giovinetta arrivò a Sant’Andrea, la notizia della sua guarigione si diffuse nel paese; la gente si smosse e s’affrettò a visitare l’inferma di ieri. E a tutti ripeteva come San Bruno le aveva fatta la grazia. Maria Antonia fu dunque immediatamente guarita e così restò per circa due anni. Però dopo cadde nuovamente inferma, affetta da altre malattie[14], che la tengono immobile  a letto da circa otto anni. Il P. Superiore di S. Andrea nella sua lettera del 12 luglio scrive: E’ un fatto meraviglioso. Questa giovinetta di misera condizione che abita un bugigattolo, cioè una casa angusta, senza aria e priva di tutti i mezzi, si mantiene calma, serena tra i dolori dell’infermità e soltanto desidera ricevere Gesù Cristo spesso nella santa Comunione. Ogni volta che vado a riconciliarla assisto a uno spettacolo consolante di tanta conformità alla volontà di Dio[15]. 
La casa-bugigattolo
Ora essa conta circa 25 anni; per vivere è assistita dalle limosine[16] della baronessa Scoppa, dai Padri redentoristi e forse da alcuni altri.
Aggiungerò ivi che la sera del 26 di luglio, avendo accompagnato col padre Procuratore Dom. Giovanni della Croce, i padri di sant’Andrea a Santa Maria[17], il Padre Superiore, parlandomi della casupola che abitava la povera inferma, mi indicò sul suolo, sulla terra l’estensione che poteva avere quella casupola e credo che lo spazio non poteva oltrepassare 6 metri quadri[18].
Nell’ultima mia lettera al Padre Superiore unii per l’inferma un’immaginetta di San Bruno e ne fu contentissima. Ma essa volle di più e domandò una reliquia del santo Padre, per quanto fosse piccola. E come io avevo nell’oratorio della cella, fra altri, un piccolo reliquiario di legno, lo assegnai al Padre per l’inferma sua filiana e tanto fu la di lui soddisfazione, che possiamo già presentire la gioia della poveretta; ben presto lo sapremo.
Fin qui non abbiamo detto perché Maria Antonia venne portata alla Certosa dentro una cassa o piuttosto una bara. (Questo) avvenne perché, coll’essere ossessa, faceva delle scosse, aveva delle convulsioni[19] che avrebbero reso impossibile un viaggio tanto lungo. Ma durante il viaggio, di quando in quando, schiudevano la bara per domandarle se non le occorresse nulla ed essa rispondeva… “niente” e faceva gesti d’impazienza. E quanto più s’avvicinavasi alla Certosa, tanto più diveniva furiosa[20].  In S. Andrea il ricordo della guarigione non si dimenticherà più fino alla morte di Mariantonia, perché in quella borgata è chiamata l’ammalata di S. Bruno. Nella sua risposta, 8 agosto, il P. Superiore di S. Andrea dà le seguenti interessanti notizie: La madre dell’inferma mi riferisce che la figlia aveva 11 anni: e un giorno andando con altri parenti al mulino fu presa dall’ossesso[21] che la ridusse contratta e immobile per quasi un mese. Ma poi il demonio la molestò per circa sei anni in maniera orribile, strapazzandola e facendole pure pronunziare delle orrende bestemmie[22]. Non poteva prendere cibo se non a mezzanotte. Così poi si determinò condurla alla Certosa nel mese di giugno 1894. Prima di essere condotta costà, giaceva a letto[23] e la cassa fu usata soltanto per il viaggio alla Certosa. Il viaggio di andata fu fatto per la montagna, impiegandosi circa 8 ore; il ritorno si attraversò la via rotabile di Serra-Soverato. Rettifico la contraddizione osservata da cotesto barbiere. La madre della giovinetta mi asserisce che la comitiva che traportava la cassa con l’inferma giunse a Serra prima di mezzogiorno. Attraversando la strada, molta gente intenerita da quello spettacolo, seguì l’inferma alla Certosa, dove non fu trovato il P. Priore, ch’era uscito fuori. Stava per caso costì, l’Arciprete di Amaroni, che inutilmente volle iniziare gli esorcismi. Poi venne il P. Priore assistito da più Padri e cominciò le preghiere solite che durarono circa cinque ore e poi avvenne il miracolo.


[1] Abbiamo trascritto il documento per intero. Il racconto sembra una serie di appunti in vista della formazione di un volume sui fatti taumaturgici di San Bruno. L’autore è un certosino anonimo. È stato scritto nel 1904, a dieci anni dagli avvenimenti narrati, accaduti nel giugno 1894. Nel racconto vengono riportate notizie narrate da Mariantonia e dalla Madre, tramite il Superiore dei Redentoristi di Sant’Andrea Jonio, Padre Carmine Cesarano, nonché del barbiere della Certosa. Il documento è utilissimo anche per potere tracciare la cronologia degli avvenimenti. Il nome della giovinetta nel racconto è Maria Antonia Samà, mentre nell’anagrafe è Mariantonia Samà.
[2] Don Pio Assandro fu rettore della Certosa di Serra San Bruno dal 1891 al 1894.
[3] All’inizio del 1900 la popolazione di Sant’Andrea era circa 4.000.
[4] Mariantonia, essendo nata il 2 marzo 1975, nel giugno del 1894 aveva 19 anni e non 15.
[5] Prossimamente nel racconto è riportata la testimonianza della madre di Mariantonia che indica l’inizio della malattia della figlia a 11 anni. Per cui la giovinetta era già ammalata da 8 anni, prima di essere condotta alla Certosa.
[6] Il racconto di Mariantonia è riportato dal Superiore dei redentoristi di Sant’Andrea, che in quanto confessore di Mariantonia, l’aveva ascoltata sui fatti.
[7] Il “non” è cassato.
[8] A 19 anni ci fu la guarigione (o “miglioramento”, poiché subito dopo si dice che il Priore dopo 15 giorno trovò la fanciulla “quasi sana”). Questa durò due anni e poi ci fu una nuova malattia, i cui sintomi, però, erano simili a quelli della prima malattia. A 21 anni avvenne il nuovo allettamento definitivo.
[9] Il 12/07/1904 si può considerare la data del documento.
[10] Il Cronista Padre Certosino inviò al Superiore dei Redentoristi una seconda lettera, riportata in appendice di questo documento, datata 23/07/1904.
[11] La testimonianza di Giuseppe segue la testimonianza del Padre Redentorista del 26 luglio, giorno di Sant’Anna.
[12] Le scosse delle mani, delle braccia e di tutto il corpo indicano che la malattia di Mariantonia si manifestava con delle convulsioni.
[13] La guarigione sembra sia stata un miglioramento.
[14] Questo riferimento a “altre malattie” è generico. I sintomi della malattia precedente e della successiva sembrano identici.
[15] Questa testimonianza del 12/07/1904, quando Mariantonia aveva 29 anni ( e non 25),  è la prima testimonianza in assoluto delle sue virtù eroiche nel vivere la conformazione alla volontà di Dio, calma e serena, desiderosa di Gesù Eucaristia. La straordinarietà di queste virtù è espressa anche nell’esclamazione: “È un fatto meraviglioso”.
[16] Per tutta la vita Mariantonia vivrà di elemosine.
[17] Santa Maria è il luogo della Certosa, dove è il laghetto, san Bruno è morto e faceva penitenze.
[18] La casetta-tugurio è realmente di 12,6 m. q.
[19] In questo brano sembra che l’ossessione si esprimesse con le scosse e le convulsioni. È legittimo chiedersi se queste scosse e convulsioni non fossero espressioni di malattie neurologiche.
[20] L’impazienza e l’essere “furiosa” possono essere legate alla stanchezza e alla difficoltà del viaggio.
[21] I disturbi fisici neurologici in Mariantonia avvennero dopo che lei bevve in un acquitrino.
[22] Queste orrende bestemmie e gli “strapazzi” possono essere riferite sia a una possibile ossessione e sia all’immaturità di fede della ragazzetta che non riusciva a comprendere e dominare il suo malessere. C’è da dire che la bestemmia nel sud, soprattutto nei tempi passati, era comunissima, anche tra i credenti, nei momenti di agitazione.
[23] L’allettamento di Mariantonia era precedente il viaggio a Serra San  Bruno.

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