La storia di Mariantonia Samà

sabato 18 maggio 2013

4. PROFILO E FAMA DI SANTITA'



1. APPROFONDIMENTO BIOGRAFICO
di Dora Samà

L'interno della casettaprima del restauro
Mariantonia Samà nacque il 2 marzo 1875 in Sant'Andrea Jonio, piccolo paese in provincia di Catanzaro, e visse in condizioni di estrema povertà in una cameretta simile ad una cella. All'età di dodici anni, seguendo la madre in campagna, fu invasa dallo spirito "maligno", dopo aver bevuto dell'acqua corrente tra i sassi. Viste le inutili benedizioni impartitele anche dai frati del convento del vicino comune di Badolato, si ricorse all'esor­cismo presso la Certosa di Serra San Bruno (ora in provin­cia di Vibo Valentia). Dopo alcuni tentativi del Padre certosino, Mariantonia fu liberata dal "maligno", ma si narra che lo stesso pronunciò la frase: "La lascio viva, ma storpia".
Trascorsi un paio di anni, Mariantonia - non si sa se per "vendetta" di Satana... - rimase immobile a letto, fino alla morte e, quindi, per oltre sessant'anni, in posizione supina con le ginocchia sempre alzate e contratte.
Iniziò per lei un lungo e doloroso calvario che sopportò con la forza dell'amore, con lo sguardo sempre rivolto al Crocifisso appeso alla parete di fronte al letto.
Guidata dallo Spirito Santo nella comprensione del "mistero della Croce", considerò, quindi, un dono la sua malattia, accettando con serena rassegnazione la definitiva immobilità, che offriva a Dio per la conversione dei pecca­tori, in riparazione delle loro offese e per ottenere risposta alle richieste di coloro che cercavano conforto presso di lei.
Il suo piccolo letto divenne un altare di offerta e di parte­cipazione alla Passione ed alla Croce di Gesù: "Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me" (Paolo - Gal.2,20).
Fu sempre assistita da volontarie, sotto il costante controllo delle Suore Riparatrici del Sacro Cuore, che curarono anche la sua preparazione spirituale, trasmettendole una sentita devozione verso lo Spirito Santo ed il Sacro Cuore di Gesù, al quale Mariantonia si rivolse per tutta la vita con spi­rito di "riparazione eucaristica".
Le Suore decisero di aggregarla alla loro Congregazione e, dopo i voti, Mariantonia divenne per tutti la "Monachella di San Bruno".
Le virtù che hanno caratterizzato la sua vita sono numerose: la semplicità d'animo; l'umiltà; la modestia; la serenità, che traspariva dal suo volto anche nei momenti di maggior sofferenza; la disponibilità; la generosità ed un'immensa fiducia nella Divina Provvidenza.
Lei, che poteva vivere solo di offerte, divideva con gli altri bisognosi del paese tutto quanto riceveva, sicura che il giorno successivo vi avrebbe comunque provveduto il buon Dio e dimo­strando, così, la verità delle parole di San Paolo: "Si è più felici nel dare che nel riceve­re" (At.20,35).
La virtù esercitata da Mariantonia in maniera estremamente eroica è stata senz'altro la pazienza che le impedì non solo di ribellarsi alla sua infermità, ma anche di lamentarsi quando i dolori lancinanti, specie duran­te la Quaresima, da lei sempre sofferta in condivisione con Cristo, martoriavano il suo esile corpo.
Viceversa, il suo spirito era forte, perché lo alimentava quotidianamente con la preghiera e con l'ostia che le portava puntualmente il suo confessore e dalla quale attingeva soste­gno per sopportare la sofferenza, per lottare contro il male e per vivere in perenne amicizia con il Signore.
La sua cameretta, con le pareti tappezzate da molte immagini sacre, sembrava un piccolo tempio, soprattut­to quando, per ben tre volte al giorno, vi era la recita comu­nitaria del Santo Rosario, essendo Mariantonia "calamita" di preghiere.
Già durante la vita, la sua fama di santità si era diffusa tra gli abitanti del paese, molti dei quali avevano speri­mentato i suoi doni della profezia e della guarigione.
Ma oltre a questi, tanti altri sono stati i carismi concessi a lei dallo Spirito Santo: il dono dell'estasi; dell'introspezione; della bilocazione; del profumo, sem­pre presente nella sua camera; della condivisione delle sofferenze di Gesù durante la Quaresima e la Passione e, infine, il dono dell' im­munità da piaghe da decubito, anche questo scientificamente inspiegabile, benché fenomeno oggettivo e visibile a tutti.
Mariantonia esalò l'ultimo respiro la mattina del 27 maggio 1953. Le esequie si svolsero nel pomeriggio dello stesso gior­no e l'Arciprete, don Andrea Samà, in considerazione della fama di santità, ordinò che la salma, deposta nella bara aperta, per consentire l'ultimo saluto dei compaesani, venisse accompagnata in processione per alcune vie del paese, prima di raggiungere il Cimitero.
Qui rimase esposta ai fedeli fino al mattino del 29 mag­gio e molti attestano di aver visto, nel baciarla, che le sue palpebre si alzavano ed abbassavano e di aver sentito un delizioso profumo di rose, non proveniente da fiori...
Attualmente, i sacri resti della Serva di Dio Mariantonia Samà, assieme alla sua inseparabile corona del Rosario, si trovano nella Chiesa Parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, dove sono stati traslati il 3 agosto 2003.
Giugno 2007


2. LA FAMA DI SANTITA' DELLA SERVA DI DIO MARIANTONIA SAMA'
di Dora Samà

La tomba della Serva di Dio nella Chiesa parrocchiale
Prima delle mie personali considerazioni su questo delicato argomento, intendo riportare, con soddisfazione e vivo senso di gratitudine verso Sua Ecc.za Mons. Antonio Cantisani, già Arcivescovo di Catanzaro-Squillace (31 luglio 1980 / 5 aprile 2003), la parte iniziale di una Sua esauriente dichiarazione in merito: "Il Signore ha arricchito il mio episcopato di tanti doni: tra i più preziosi c'è senz'altro la testimonianza evangelica di presbiteri, religiosi e laici che Egli ha suscitato in questa Chiesa di Catanzaro-Squillace. Risplende di particolare luce la figura di Mariantonia Samà, detta "La Monachella di San Bruno". Dopo la rievocazione delle Sue visite pastorali a Sant'Andrea Jonio (CZ), dove ella visse, Mons. Cantisani ammette d'essersi reso conto sin da subito che "la memoria della Serva di Dio era quanto mai viva presso tutto il popolo" per l'unanime giudizio: "A Sant'Andrea abbiamo una santa!"
Secondo il mio modesto parere la santità di Mariantonia risale alla sua definitiva malattia, da lei considerata un dono di Dio e vissuta conformandosi pienamente alla Sua volontà.
In tale situazione le sarà stato vicino il grande Patriarca San Bruno, il quale - dopo averla miracolata da ragazza - le avrà suggerito, da padre tenero e premuroso, di affidarsi - nel lungo sessantennio d'immobilità - al Signore Gesù, di contemplare il Crocifisso nel silenzio del suo piccolo "eremo", per sopportare con pazienza il soave giogo della croce, in cambio del Suo infinito amore per noi. Dal suo letto di dolore Mariantonia aiutava il prossimo con la preghiera, lo consolava nelle tribolazioni, lo sosteneva con i suoi saggi consigli, trasmetteva la sua profonda devozione verso il Sacro Cuore di Gesù e della Vergine Santa per cui ogni persona, dopo aver saputo del suo dono profetico e dell'assenza di piaghe dal corpo, la considerava "santa".
Poiché viveva della carità di tutti, ogni famiglia andreolese che la frequentava, trasmise la sua devozione alla prole, come anche fecero i miei genitori.
Mio padre aveva due anni meno di Mariantonia: da piccolo la vedeva crescere, correre con le coetanee e in famiglia apprese con dispiacere della sua infermità. Da pensionato, quando visitava gli ammalati del paese, portava anche a Mariantonia le arance e i dolcetti di "pan di spagna", preparati in casa da mia madre, la quale riteneva importante che noi figli frequentassimo la "santa" sin da piccoli, per acquisire maggiore sensibilità di fronte alla povertà ed alla sofferenza dei meno fortunati. Pertanto, preferiva affidare a noi, dal sesto anno d'età in poi, la consegna per Mariantonia del pranzo domenicale, che le giungeva ancora morbido e caldo.
Mia sorella primogenita, Caterina, conduceva per mano il fratellino Giuseppe, di appena cinque anni, sostituiti in seguito da mia sorella Teresina che, infine, cedette a me l'incarico. La povera inferma aveva conquistato il nostro cuore con l' angelica calma, la dolcezza della sua voce e, quando in famiglia si parlava di lei, tutti ascoltavamo con interesse. Mio padre la definiva "donna saggia, di preghiera e di grande fede", apprezzava ogni suo suggerimento e ripeteva le sue frasi: "Bisogna fidarsi solo del Signore", "Chi ha fede in Dio, non muore mai!"
Notavamo la disponibilità di Mariantonia tanto che da adulti le esponevamo, senza timore, i nostri dubbi e penso che lo abbiano fatto anche mia sorella Caterina e mio fratello (in seguito Suor Caterina "salesiana" e Padre Giuseppe "gesuita"), nel periodo vocazionale, per avere le sue    illuminate risposte. Dopo la loro partenza mia madre si è rasserenata, in seguito all'esortazione della Serva di Dio, di pensarli "come due lampade sempre accese davanti al Tabernacolo".
Nella biografia di Mariantonia da me scritta ("Una vita nascosta in Cristo") ho accennato ad alcune sue profezie nei miei confronti, ma riconosco d'essermi accorta della sua santità sin dalla fanciullezza e non solo in virtù del suo dono profetico: m'incantavo a guardarla le volte in cui aveva gli occhi spalancati e fissi al Crocifisso e riconoscevo l'atteggiamento estatico per la sua assenza dalla realtà, perché non rispondeva al mio saluto né prima e né dopo e non pronunciava nemmeno il solito grazie affettuoso per mia madre. Riflettevo, inoltre, sulle interessanti notizie ascoltate da mia zia Caterina, sorella di mio padre, quando ritornava dalla sua visita quotidiana a Mariantonia.
Ci riferiva di alcuni eventi strani che si ripetevano puntualmente nella sua vita e che nessuno aveva mai notato, come risulta oggi, infatti, dalle tante testimonianze.
Sin dal primo giorno di ogni Quaresima e fino alla Santa Pasqua, Mariantonia si asteneva dall'acqua e dal cibo e, inoltre, praticava il completo digiuno anche durante tutti i venerdì dell'anno per vivere la crocifissione mistica, in riparazione degli oltraggi rivolti al Sacratissimo Cuore di Gesù. La mia certezza sulla santità di Mariantonia si è rafforzata nel giorno del suo trapasso quando, dopo la funzione funebre, l'Arciprete don Andrea Samà, per "unanime volere del popolo", decise che l'umile Serva di Dio - come si usa con i santi - fosse accompagnata a bara scoperta per alcune principali vie del paese fino al Cimitero, dove la salma rimase per ben tre giorni esposta alla venerazione degli innumerevoli fedeli, giunti anche dai paesi vicini. In quella circostanza la fama di santità si è manifestata nel desiderio di ogni devoto di avere un pezzetto di velo o di vestito della "Santa" da custodire gelosamente come "reliquia". Questo gesto, molto significativo, risalta nella testimonianza scritta da don Andrea Samà ai margini del Registro di morte dell'anno 1953 (atto n.26). Egli si esprime così: "Gente di qualsiasi razza e credenza si prostrava, le baciava la mano, offriva un fiore e altro ritirava, finché l'Arciprete è stato costretto a levarle la fascia di figlia di Maria ed il velo, perché fossero divisi come ricordo".
Un'ulteriore conferma della santità di Mariantonia è stata la funzione religiosa della traslazione della sua salma dal Cimitero alla Chiesa Matrice, autorizzata il 2 ottobre 2002 dall'Arcivescovo Mons. Cantisani e dallo stesso presieduta il 3 agosto 2003, su incarico del suo successore, Sua Ecc.za Antonio Ciliberti. La solenne cerimonia si configura quale riconoscimento ed omaggio della Chiesa per un'anima vissuta sempre in concetto di santità e degna di riposare nella Chiesa Parrocchiale "SS. Pietro e Paolo". Durante la concelebrazione eucaristica - tenutasi nel piazzale antistante la chiesa, per la grande affluenza di fedeli - l'Arcivescovo emerito, Mons. Cantisani, si è soffermato con entusiastico fervore sull'eroismo delle sue numerose virtù e l'ha indicata ai presenti come modello da seguire nel cammino del pellegrinaggio terreno.
Castelfranco Veneto, 29 giugno 2011      


3. UNA FEDELISSIMA AMICA DI GESU’: MARIANTONIA SAMA’
di Dora Samà

Il bel Gesù della Serva di Dio
Mariantonia Samà, nota come “la Monachella di San Bruno” - da me considerata madre spirituale - nacque a Sant’Andrea Jonio (CZ) il 2 marzo 1875 da Bruno e da Marianna Bevivino e fu cresciuta dalla madre, perché il padre morì prima della sua nascita.
La Serva di Dio visse in condizioni di estrema povertà in una piccola casetta, sita in un vicolo angusto e composta da un unico vano, privo dei servizi di acqua e di luce. Da fanciulla trascorse le giornate in modo spensierato con le sue coetanee e aiutando la mamma nel lavoro dei campi. A dodici anni la sua vita fu sconvolta da un insolito avvenimento: bevendo dell’acqua corrente in una conca del terreno, si sentì tormentata nel corpo e nell’anima. Ne uscì vittoriosa dalla possessione diabolica in seguito all’esorcismo presso la Certosa di Serra San Bruno. D’allora Mariantonia ritornò serena, ma solo per un paio di anni perché un giorno, non riuscendo più a reggersi in piedi, rimase a letto definitivamente immobile, in posizione supina con le ginocchia alzate e contratte, per circa 60 anni fino alla morte (27 maggio 1953), senza avere mai una piaga da decubito.
Iniziò per Mariantonia un lungo e doloroso calvario vissuto nel silenzio e nel nascondimento e sopportato con la forza dell’amore di Dio, con lo sguardo rivolto sempre al Crocifisso appeso alla parete di fronte al letto, che divenne un altare di offerta e di partecipazione alla Passione di Gesù. Guidata dallo Spirito Santo nell’intelligenza del mistero della croce, Mariantonia considerò la sua malattia come un dono di Dio, senza mai lamentarsi. Ciò le consentiva di alimentare la sua fede e di trarre l’energia necessaria per affrontare quei mali fisici che, spesso,mettevano a dura prova il suo corpo gracile e debilitato. Quando rimase orfana anche di madre, si occuparono di lei le Suore Riparatrici del Sacro Cuore residenti in paese, facendola seguire da un Sacerdote. Questi le portava ogni mattina la S. Comunione, mentre le Suore le facevano ascoltare il Vangelo, la vita dei Santi e l’aiutavano a completare la sua formazione cristiana.
Dopo aver preso atto della sua preparazione e del suo desiderio, le Suore decisero di aggregarla alla loro congregazione mediante i voti e la consegna del velo nero, usato da Mariantonia anche di notte. Da quel momento fu chiamata da tutti “la Monachella di San Bruno”.
Per la sua fama di santità diffusa da tempo tra la popolazione, ogni persona angosciata sentiva il bisogno di confidarsi con la “Monachella” che trovava sempre le parole adatte per confortare, per infondere serenità, fiducia e rassegnazione alla volontà di Dio. Anch’io, pur sapendola priva d’istruzione, ho seguito, fin da ragazza, i suoi saggi consigli considerandoli dettati dallo Spirito Santo. Purtroppo, nessun sacerdote dell’epoca, nemmeno i suoi confessori, si preoccuparono di tenere un diario sugli eventi straordinari o sui fenomeni strani che si manifestavano in quell’anima eletta, la quale viveva in umiltà una profonda vita mistica. Mariantonia affrontò la sua vocazione al dolore con eroica pazienza, per la conversione dei peccatori, per le necessità della Chiesa, per rendere più efficace il suo apostolato di carità evangelica verso il prossimo e per l’unità delle famiglie, che tanto le stava a cuore. Vari episodi testimoniano la prontezza con cui Mariantonia interveniva per salvare, con la sua preghiera, la sacralità del vincolo matrimoniale delle coppie in crisi. La sua vita esteriore è stata per tutti come un libro aperto, mentre quella interiore - sempre avvolta nel mistero - continua a racchiudere in sé i segni del soprannaturale, perché si tratta di quella “vita nascosta con Cristo in Dio” di cui parla l’apostolo Paolo nella Lettera ai Colossesi (3,3) e che sfugge ad ogni scandaglio dell’intelligenza umana.
Dopo la morte di Mariantonia nessuno tra gli abitanti del posto, ha pensato di fare una ricerca accurata dei fatti e degli episodi straordinari della sua vita. Ho cercato di tracciare un profilo più completo della sua personalità, servendomi dei miei ricordi, delle notizie apprese da mia zia Caterina, che la frequentava spesso e delle testimonianze dei miei  compaesani. Sono emersi episodi straordinari, interventi ritenuti miracolosi dagli stessi medici e tanti carismi, concessi a Mariantonia dallo Spirito Santo. Oltre al dono della profezia e dell’immunità dalle piaghe, Mariantonia possedeva quello delle guarigioni, dell’estasi, dell’introspezione, del profumo, della bilocazione e, soprattutto, dell’assimilazione di sé stessa con il Signore Gesù sofferente e crocifisso, tanto da potersi applicare pienamente a lei le parole di San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. (Gal.2,20). Le ginocchia alzate e contratte di Mariantonia si opposero, anche dopo la morte, ad ogni tentativo di abbassarle, come per impedire di modificare una situazione permessa da Dio, perché restasse un segno indelebile del suo lungo martirio.
Cessò di vivere alle ore 10.00 del 27 maggio 1953, dopo una settimana di grande sofferenza. Le sue sacre spoglie, traslate dal cimitero il 3 agosto 2003, riposano, assieme alla sua inseparabile corona del Santo Rosario, nella Parrocchia “SS. Pietro e Paolo” di Sant’Andrea Jonio. Nel mese di novembre 2006, l’Ecc.mo Mons. Antonio Ciliberti, Arcivescovo di Catanzaro Squillace (CZ), ha nominato come postulatore don Vincenzo Manzione, della Diocesi Teggiano - Policastro (SA) e il 9 febbraio 2007 ha costituito il Tribunale per la deposizione di testimonianze di quanti la conobbero. Nel pomeriggio del 5 agosto 2007, nel corso di una concelebrazione eucaristica nella chiesa parrocchiale, l’Arcivescovo ha annunciato ufficialmente l’apertura del processo di canonizzazione della Serva di Dio Mariantonia Samà. Invece, il 1° novembre 2008 Sua Eminenza il Cardinale Angelo Bagnasco, costituiva il Tribunale ecclesiastico, per istruire un processo sul presunto miracolo avvenuto nella Sua Diocesi per intercessione della Serva di Dio. L’inchiesta diocesana si è conclusa il 2 marzo 2009 e la documentazione è stata depositata il 12 ottobre successivo a Roma, presso la Congregazione per le Cause dei Santi, dove si trova anche quella relativa al miracolo, inviata dopo la chiusura del Tribunale, avvenuta il 23 dello stesso mese.
                       Castelfranco Veneto, 23 ottobre 2010


4. MARIANTONIA SAMÀ E NATUZZA EVOLO
due calabresi autentiche seguaci di Gesù
di Dora Samà

La casetta (tugurio) della Serva di Dio (12 m.q)
Ho avuto la gioia di conoscere Mariantonia Samà (detta la “Monachella di San Bruno”, nata a Sant’Andrea Ionio - CZ - il 2 marzo 1875 ed ivi deceduta il 27 maggio 1953) e Natuzza Evolo (la grande mistica, nata a Paravati - VV - il 23 agosto 1924 ed ivi deceduta il 1° novembre 2009), di frequentarle, d’averle, in tempi diversi, come guida spirituale, d’apprezzare la loro saggezza, nonostante fossero analfabete, di rendermi conto della loro profonda spiritualità e della grande predilezione di Dio per loro.
Pur umili creature, hanno risposto con prontezza alla sua chiamata, abbracciando con giubilo la croce per offrirGli la sofferenza, ritenuta un suo dono, in cambio del suo infinito amore. Le mie frequenti visite a Mariantonia mi hanno consentito di conServar vivo ogni ricordo, ogni sensazione e l’ammirazione per la sua serena accettazione dell’immobilità, che la tenne inchiodata al letto per sessant’anni, sin da fanciulla, sempre nella posizione supina, con le ginocchia alzate e contratte. Non ho mai dimenticato l’espressione angelica del suo volto quando, assente dalla realtà, rimaneva per ore assorta con lo sguardo al Crocifisso, in diretta ed intima comunione con il suo “bel Gesù” né ho dimenticato le frasi che ripeteva spesso e che poi ho ritrovato leggendo i diari di alcuni Santi, sentendo i racconti di alcuni veggenti ed anche nei messaggi che Natuzza riceveva da Gesù e dalla Vergine Santa, specie nel periodo della quaresima. Natuzza - che pur si definiva per umiltà “verme di terra” - mi parlava con semplicità e naturalezza dei fenomeni strani che in lei si verificavano e io le sono infinitamente grata per avermi aiutata, con il racconto degli episodi soprannaturali della sua vita, a comprendere la vita “avvolta nel mistero” di Mariantonia Samà, la quale negava di avere visioni mistiche, mentre a confermarle ci sono recenti e attendibili testimonianze. Nello scrivere la sua biografia “Una vita nascosta in Cristo” ho così scoperto che, tranne la sudorazione ematica e le stimmate, Mariantonia aveva in comune con Natuzza, oltre all’origine calabrese ed alla devozione per San Francesco di Paola, numerosi carismi e diverse virtù, che esercitava, come lei, in modo estremamente eroico.
Entrambe hanno svolto un fecondo ed intenso apostolato nella rispettiva modesta abitazione, con l’amorevole ascolto delle angosce di tanti fratelli, bisognosi di una parola di conforto. Avevano la grande capacità di infondere serenità, speranza, fiducia nel Signore ed esortavano tutti alla fedeltà dei precetti evangelici, al compimento della divina volontà e alla carità operosa verso il prossimo. Devotissime del Santo Rosario, da loro definito “arma potente contro il male, utile per la pace nel mondo e per il trionfo del Regno di Dio”, hanno diffuso il Suo culto consigliandone la recita quotidiana, soprattutto comunitaria.
Le due “innamorate di Gesù Crocifisso” partecipavano alla sua passione sopportando atroci dolori e digiunando per tutto il periodo quaresimale e vivevano, inoltre, anche “la crocifissione mistica” tutti i venerdì dell’anno, offrendo la sofferenza ed il digiuno in riparazione degli oltraggi dei peccatori contro il Sacratissimo Cuore di Gesù. Come tanti Santi, possedevano il dono del profumo, ma mentre quello di Natuzza è stato avvertito durante la sua esistenza, sembra che quello di Mariantonia si sia manifestato solo dal giorno della sua morte. Anche il 5 agosto 2007 — giorno in cui da parte dell’Ecc.mo Mons. Antonio Ciliberti, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, è stata annunciata ufficialmente, nella Chiesa Matrice di Sant’Andrea Ionio, l’apertura del relativo processo di canonizzazione — l’umile casetta di Mariantonia è stata pervasa da un odore soave, nel quale prevaleva la fragranza di rose. Successivamente, il profumo di Mariantonia ha assunto una fragranza di vaniglia, identica a quella riferita alla presenza di Natuzza e si è avvertito sia all’interno della sua modesta casetta, sia in tutto il vicolo antistante, quasi come se la Serva di Dio volesse andare incontro ai suoi devoti visitatori. La mia esperienza personale nel percepire il profumo di queste anime elette si riferisce a Mariantonia e a Natuzza: ho avvertito il profumo di Mariantonia nella sua casetta nell’estate 2007 e quello di Natuzza intorno al 1980 nella mia abitazione di Napoli, ricevendo poi da lei la sua conferma telefonica della sua venuta “spirituale”. Durante una mia successiva visita nella sua casa di Paravati, dopo averle mostrato un’immaginetta della Monachella, senza alcuna esitazione, l’ha subito definita “santa in Cielo per aver sofferto in vita per amore di Gesù”. Sono, quindi, certa che Natuzza, dal Regno dei beati pregherà affinché Mariantonia sia ora dichiarata formalmente Santa, anche sulla base del riconoscimento, quale miracolo, della guarigione istantanea ottenuta, per sua intercessione, da una signora residente a Genova. Tutti noi pregheremo, invece, con fiducia la S.S. Trinità affinché — a maggior Gloria di Dio e a beneficio delle nostre anime — sia Mariantonia Samà che Natuzza Evolo, fedelissime discepole del Divin Maestro, vengano presto entrambe proclamate sante dalla chiesa per i loro numerosi meriti e la diffusa fama di santità.
Castelfranco Veneto, 11 giugno 2010
Festa del Sacro Cuore di Gesù

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